Dott. Riccardo Di Raimondo
Mi hanno detto che devo togliere tutti i denti: è davvero sempre necessario?

Curiosità

Mi hanno detto che devo togliere tutti i denti: è davvero sempre necessario?

Curiosità |  8/luglio/2026 |  Letto 421 volte

Quando la parodontologia può aiutare a salvare denti compromessi, anche in presenza di perdita ossea e parodontite avanzata

Una delle frasi che più spesso spaventano un paziente è: “Bisogna togliere tutto.”

A volte viene pronunciata dopo una visita. Altre volte dopo aver osservato una radiografia panoramica. In alcuni casi arriva al termine di anni di problemi alle gengive, denti che hanno iniziato a muoversi, episodi di gonfiore, sanguinamento o difficoltà nella masticazione. Il paziente entra in studio pensando di dover curare qualche dente e ne esce con la prospettiva di perderli tutti e sostituirli con degli impianti.

È facile immaginare quale possa essere l’impatto emotivo di una notizia del genere.

Perdere i propri denti non significa soltanto affrontare una terapia odontoiatrica complessa. Per molte persone significa confrontarsi con la paura di cambiare il proprio sorriso, il proprio modo di mangiare, di parlare e perfino di percepire sé stessi. E quando la proposta terapeutica prevede l’estrazione di numerosi denti, magari seguita dall’inserimento di impianti dentali e da una riabilitazione completa, è naturale chiedersi:

È davvero necessario togliere tutto?

La risposta più corretta è: dipende.

Ci sono situazioni in cui alcuni denti, o anche molti denti, sono realmente irrecuperabili e l’estrazione rappresenta la scelta più razionale, sicura e prevedibile. Negarlo sarebbe scorretto. Ma esistono anche pazienti con parodontite avanzata, importante perdita ossea e denti apparentemente molto compromessi nei quali una diagnosi accurata e un corretto percorso terapeutico possono cambiare significativamente lo scenario iniziale.

Il punto fondamentale è comprendere che un dente compromesso non è necessariamente un dente perso.

E soprattutto che la decisione di estrarre non dovrebbe dipendere soltanto dall’impressione visiva di una radiografia o dalla presenza di mobilità dentale. Prima di stabilire che un dente non possa essere mantenuto, è necessario capire perché si è ammalato, quanto è realmente compromesso, quali strutture di supporto conserva, quale risposta può avere alla terapia e quale ruolo potrebbe mantenere nel tempo.

È proprio qui che la parodontologia assume un ruolo centrale.

 

Perché un dente può diventare mobile?

Quando un paziente riferisce che uno o più denti “si muovono”, la preoccupazione è comprensibile.

La mobilità viene spesso interpretata come il segno definitivo che il dente debba essere estratto.

In realtà, la situazione è più complessa.

I denti non sono saldati rigidamente all’osso. Sono collegati all’osso alveolare attraverso una struttura altamente specializzata, il legamento parodontale, che consente una fisiologica e minima mobilità.

Quando però i tessuti di supporto vengono danneggiati dalla parodontite, il livello di osso intorno alle radici può progressivamente ridursi e il dente può diventare più mobile.

La parodontite è infatti una malattia infiammatoria cronica che colpisce i tessuti che sostengono i denti. Se non diagnosticata e trattata, può determinare la formazione di tasche parodontali, perdita di attacco e progressivo riassorbimento dell’osso alveolare.

Con il passare del tempo il dente dispone di una quantità sempre minore di supporto.

Ma questo non significa automaticamente che debba essere estratto.

La mobilità può dipendere da diversi fattori: dalla quantità e dalla distribuzione della perdita ossea, dall’infiammazione presente, dalla forma delle radici, dai carichi masticatori, da eventuali traumi occlusali, dal digrignamento, dalla posizione del dente e dalla presenza di altri elementi dentari capaci di contribuire alla stabilità dell’intera dentatura.

In alcuni casi, dopo aver controllato l’infiammazione e trattato la malattia parodontale, la situazione clinica può migliorare sensibilmente. Un dente che inizialmente appariva molto mobile può diventare più stabile e, soprattutto, può essere rivalutato in un contesto completamente diverso.

Per questo motivo, la mobilità da sola non rappresenta una diagnosi e non costituisce automaticamente un’indicazione all’estrazione.

 

La radiografia è fondamentale, ma non racconta tutta la storia

Capita spesso che un paziente arrivi in studio con una radiografia panoramica e una grande preoccupazione: “Mi hanno detto che non ho più osso.”

Osservando alcune immagini radiografiche, soprattutto nei casi di parodontite severa, la perdita ossea può effettivamente apparire impressionante. In alcune zone l’osso può essersi ridotto in maniera importante e certe radici possono sembrare quasi prive di supporto.

Ma una radiografia, per quanto indispensabile, non può essere interpretata isolatamente.

La diagnosi parodontale richiede una valutazione clinica completa.

È necessario misurare la profondità delle tasche intorno ai denti, verificare il sanguinamento al sondaggio, valutare i livelli di attacco clinico, la mobilità, l’eventuale coinvolgimento delle forcazioni nei denti multiradicolati, la presenza di recessioni gengivali, suppurazione, migrazioni dentarie e altri segni di attività o conseguenze della malattia.

Bisogna inoltre analizzare la distribuzione della perdita ossea.

Una perdita ossea prevalentemente orizzontale non ha necessariamente lo stesso significato clinico di un difetto verticale profondo. Alcuni difetti intraossei, pur apparendo severi, possono presentare caratteristiche anatomiche che in casi selezionati consentono di considerare un trattamento di chirurgia parodontale rigenerativa.

Allo stesso modo, due denti che radiograficamente sembrano simili possono avere prognosi completamente differenti.

Uno può presentare una radice lunga, una morfologia favorevole, un difetto trattabile e un buon controllo dell’infiammazione. L’altro può essere interessato da una frattura verticale, da una lesione endodontica non risolvibile, da una carie profonda non restaurabile o da una perdita di supporto tale da rendere irrealistico il mantenimento.

La radiografia è quindi una parte essenziale della diagnosi, ma non dovrebbe trasformarsi da sola in una sentenza.

 

Prima domanda: perché i denti sono arrivati a questo punto?

Quando ci troviamo davanti a una dentatura gravemente compromessa, la prima domanda non dovrebbe essere soltanto “quali denti togliamo?”, ma anche: Perché si è verificata questa situazione?

Se la causa principale è una parodontite non diagnosticata o non adeguatamente controllata, estrarre i denti e inserire impianti senza affrontare il problema biologico di fondo può essere un errore.

Questo aspetto è particolarmente importante perché i pazienti suscettibili alla parodontite possono presentare anche un rischio maggiore di sviluppare complicanze infiammatorie intorno agli impianti, soprattutto in presenza di fattori di rischio non controllati e di un mantenimento insufficiente.

Gli impianti non sviluppano carie e non possono ammalarsi di parodontite nel senso stretto del termine, perché non possiedono un legamento parodontale. Ma i tessuti che li circondano possono essere interessati da patologie infiammatorie peri-implantari.

La peri-implantite, in particolare, è una condizione caratterizzata da infiammazione dei tessuti intorno all’impianto associata a perdita progressiva dell’osso di supporto.

Questo non significa che un paziente con una storia di parodontite non possa ricevere impianti.

Sarebbe un’affermazione eccessiva e non corretta. Significa però che la terapia implantare deve essere inserita all’interno di una strategia più ampia, nella quale la malattia parodontale venga diagnosticata, trattata e mantenuta sotto controllo.

Sostituire i denti senza comprendere e controllare le ragioni che hanno portato alla loro perdita può significare trasferire parte del problema da una dentatura naturale a una riabilitazione implantare.

 

Un dente compromesso non è necessariamente un dente irrecuperabile

Questa distinzione è probabilmente uno dei punti più importanti.

In odontoiatria, termini come “compromesso”, “grave” o “avanzato” possono essere interpretati dal paziente come sinonimi di “da estrarre”. Ma non sempre è così.

Un dente può essere severamente compromesso e richiedere una terapia complessa, ma conservare comunque caratteristiche che ne rendono possibile il mantenimento.

La prognosi dipende da numerosi fattori. Tra questi possiamo considerare:

  • la quantità di supporto parodontale residuo;
  • il tipo e la distribuzione della perdita ossea;
  • la profondità delle tasche parodontali;
  • la presenza di sanguinamento o suppurazione;
  • il grado di mobilità;
  • l’eventuale coinvolgimento delle forcazioni;
  • la morfologia e la lunghezza delle radici;
  • la presenza di carie profonde;
  • lo stato endodontico del dente;
  • eventuali fratture radicolari;
  • la possibilità concreta di restaurare il dente;
  • la posizione del dente nell’arcata;
  • il suo valore strategico all’interno del piano di trattamento;
  • la capacità del paziente di mantenere una corretta igiene orale;
  • il fumo;
  • alcune condizioni sistemiche;
  • l’aderenza nel tempo alla terapia parodontale di supporto.

Ecco perché una valutazione seria non dovrebbe limitarsi a dividere i denti in due categorie semplicistiche: “buoni” e “cattivi”.

La prognosi è un processo clinico complesso e, in alcuni casi, può essere rivalutata dopo una prima fase di trattamento.

 

Perché la terapia iniziale può cambiare la prospettiva

Nei pazienti con parodontite avanzata, una delle fasi più importanti è il controllo dell’infezione e dell’infiammazione.

La terapia parodontale non chirurgica comprende, a seconda delle necessità del caso, il controllo professionale del biofilm e dei depositi di tartaro sopra e sotto gengivali, la strumentazione delle superfici radicolari interessate e, soprattutto, un percorso personalizzato per migliorare il controllo domiciliare della placca batterica.

Può sembrare una fase meno “spettacolare” rispetto a un intervento chirurgico o all’inserimento di impianti, ma spesso è proprio qui che iniziano a emergere informazioni decisive.

Dopo il trattamento iniziale e un adeguato periodo di guarigione si esegue una rivalutazione parodontale. A quel punto possiamo osservare come hanno risposto i tessuti.

Il sanguinamento può ridursi. Le tasche possono diminuire. L’infiammazione può essere controllata. Alcuni denti possono apparire più stabili. Il paziente può aver acquisito un livello di igiene orale molto migliore rispetto alla prima visita.

La situazione che osserviamo dopo la terapia iniziale può quindi essere diversa da quella presente all’inizio.

Questo non significa che la perdita ossea scompaia magicamente o che tutti i denti possano essere recuperati. Significa però che prendere decisioni irreversibili in un tessuto fortemente infiammato può, in alcuni casi, impedire una valutazione più ragionata della prognosi reale.

L’estrazione è una procedura irreversibile. Una volta rimosso un dente, non è più possibile rivalutarlo.

Per questo, quando le condizioni cliniche lo consentono, può essere utile distinguere ciò che è certamente irrecuperabile da ciò che merita una fase terapeutica e una successiva rivalutazione.

 

Quando la chirurgia parodontale può aiutare

Dopo la terapia non chirurgica, alcuni siti possono continuare a presentare tasche profonde o difetti anatomici che richiedono un approccio ulteriore.

In questi casi, la chirurgia parodontale può avere obiettivi differenti.

In alcune situazioni serve a migliorare l’accesso alle superfici radicolari e a controllare aree difficili da trattare in modo adeguato con il solo approccio non chirurgico. In altre può avere finalità resettive, nel senso che con la chirurgia si eliminano chirurgicamente le tasche residue.

In casi selezionati, invece, può essere indicato un approccio rigenerativo. La rigenerazione parodontale rappresenta uno degli ambiti più affascinanti della parodontologia moderna.

L’obiettivo non è semplicemente “pulire” una tasca o ridurne la profondità, ma cercare, quando esistono le condizioni biologiche e anatomiche adeguate, di favorire la ricostruzione dei tessuti di supporto perduti a causa della malattia.

Naturalmente non tutti i difetti sono rigenerabili.

La possibilità di ottenere un risultato favorevole dipende dalla morfologia del difetto osseo, dalla stabilità del coagulo, dal controllo dell’infezione, dalle caratteristiche del paziente, dal fumo, dall’igiene orale, dalla tecnica chirurgica e da numerosi altri fattori.

È proprio per questo che la parola chiave è selezione del caso.

Ma il concetto da comprendere è importante: la presenza di una perdita ossea severa non significa automaticamente che non esistano possibilità terapeutiche.

In alcuni pazienti, denti che inizialmente apparivano molto compromessi possono essere inseriti in un percorso complesso che comprende terapia non chirurgica, rivalutazione, eventuale chirurgia parodontale e mantenimento nel tempo.

 

“Ma se il dente si muove, non è meglio mettere un impianto?”

È una domanda molto frequente e assolutamente comprensibile.

L’impianto dentale è uno strumento terapeutico straordinario. Ha cambiato profondamente l’odontoiatria e permette di riabilitare pazienti che hanno perso uno o più denti con risultati che, in casi correttamente selezionati e mantenuti, possono essere eccellenti.

Ma un impianto non dovrebbe essere considerato automaticamente una versione “migliore” di un dente naturale.

Sono due realtà biologiche differenti.

Il dente naturale possiede il legamento parodontale, una propria sensibilità, una capacità di adattamento ai carichi e un’integrazione biologica con i tessuti che non può essere semplicemente replicata da un dispositivo implantare.

Questo non significa che bisogna mantenere ogni dente a qualunque costo.

Anche questo sarebbe un errore.

Esistono denti la cui conservazione richiederebbe terapie sproporzionate, con una prognosi estremamente sfavorevole e un rischio elevato di complicanze. In questi casi, l’estrazione e la successiva sostituzione possono rappresentare la scelta migliore.

Il punto è un altro: la decisione dovrebbe nascere da una diagnosi e da una valutazione prognostica, non dall’idea che un impianto sia sempre preferibile a un dente compromesso ma trattabile.

 

Salvare a tutti i costi? No. Estrarre troppo presto? Nemmeno.

Quando si parla di mantenimento dei denti naturali è importante evitare due estremi.

Il primo è l’estrazione troppo precoce; il secondo è l’accanimento terapeutico.

Non tutti i denti devono essere salvati. Un dente con una frattura verticale di radice, una carie non restaurabile, una compromissione endodontica non risolvibile o una perdita di supporto estremamente avanzata associata a condizioni cliniche sfavorevoli può avere un’indicazione razionale all’estrazione.

In altri casi, mantenere un dente può compromettere la possibilità di realizzare una riabilitazione più stabile o può contribuire alla persistenza di infezione e infiammazione.

Quindi il messaggio non deve essere: “non togliere mai i denti”.

Il messaggio corretto è: “prima di togliere un dente, soprattutto quando si propone l’estrazione di molti o di tutti i denti, è importante avere una diagnosi completa e comprendere quali elementi siano realmente irrecuperabili e quali, invece, possano avere ancora una possibilità terapeutica ragionevole.”

La buona odontoiatria non dovrebbe essere ideologica; non dovrebbe essere “sempre denti naturali” contro “sempre impianti”. Dovrebbe cercare la soluzione più adatta per quella specifica persona.

 

La prognosi deve essere valutata dente per dente

Uno degli errori possibili nei casi complessi è considerare l’intera dentatura come un unico blocco.

In realtà, un paziente con parodontite avanzata può presentare contemporaneamente denti con condizioni molto differenti. Alcuni possono avere una prognosi favorevole, altri possono essere compromessi ma trattabili e altri ancora possono avere una prognosi dubbia e richiedere una rivalutazione nel tempo. Infine, alcuni possono essere realmente irrecuperabili.

Per questo motivo è fondamentale una valutazione dente per dente.

Immaginiamo un paziente con venti denti residui e una diagnosi di parodontite avanzata. Il fatto che alcuni elementi siano irrimediabilmente compromessi non significa necessariamente che tutti gli altri debbano seguire lo stesso destino.

Talvolta è possibile costruire un piano terapeutico misto e personalizzato: mantenere i denti con prognosi accettabile, trattare quelli suscettibili di miglioramento, estrarre gli elementi realmente irrecuperabili e utilizzare gli impianti solo dove necessari e nelle condizioni biologiche più favorevoli.

Questo approccio può essere più complesso rispetto alla decisione immediata di “togliere tutto”, ma in alcuni casi permette di preservare una parte importante della dentatura naturale.

Naturalmente ogni situazione è diversa e non esiste un piano valido per tutti.

 

Il tempo è un fattore importante, ma non sempre nel modo che immaginiamo

Un’obiezione frequente è: “Se proviamo a salvare questi denti e poi li perdo comunque tra qualche anno, non avrò soltanto perso tempo?” È una domanda legittima.

La risposta dipende dalla prognosi reale e dagli obiettivi del paziente.

In medicina, mantenere una struttura biologica funzionante per anni può avere un valore significativo, purché ciò avvenga in condizioni di salute, comfort e controllo della malattia.

Un dente non deve necessariamente avere la promessa di durare “per sempre” per meritare una terapia.

D’altra parte, non avrebbe senso sottoporre un paziente a procedure ripetute, costose e invasive per mantenere un elemento con prospettive estremamente limitate e con un elevato rischio di compromettere il futuro trattamento.

Ancora una volta, il punto centrale è la corretta valutazione del rapporto tra benefici, rischi, costi biologici e possibilità future.

La prognosi non è una garanzia matematica.È una stima clinica che deve essere costruita sulla base dei dati disponibili e discussa con il paziente in modo trasparente.

 

E se alcuni denti devono davvero essere estratti?

Anche nei piani orientati alla conservazione, può essere necessario estrarre uno o più denti.

Questo non rappresenta un fallimento. Riconoscere che un dente è irrecuperabile è parte di una corretta pianificazione terapeutica tanto quanto riconoscere che un altro dente può essere mantenuto.

La differenza sta nel non trasformare automaticamente l’indicazione all’estrazione di alcuni elementi nell’indicazione all’estrazione di tutti.

Inoltre, quando un dente deve essere rimosso, è importante pianificare ciò che avverrà dopo.

A seconda del caso, può essere necessario valutare il volume osseo residuo, le condizioni dei tessuti molli, il timing dell’eventuale inserimento implantare, la necessità di procedure di preservazione alveolare o rigenerazione ossea e il tipo di riabilitazione protesica più adatto.

La terapia implantare, quando indicata, dovrebbe quindi essere parte di una strategia complessiva e non semplicemente la conseguenza automatica dell’estrazione.

 

La parodontite non scompare mettendo gli impianti

Questo concetto merita particolare attenzione.

Un paziente che ha perso denti a causa della parodontite non diventa improvvisamente un paziente “senza rischio” dopo l’inserimento degli impianti.

La suscettibilità individuale, il fumo, la qualità dell’igiene orale, il controllo del biofilm, alcune condizioni sistemiche e soprattutto l’aderenza ai richiami di mantenimento continuano ad avere un ruolo importante.

Per questo, prima di una riabilitazione implantare estesa, è fondamentale stabilizzare le condizioni parodontali dei denti residui e costruire un programma di mantenimento personalizzato.

Gli impianti possono funzionare molto bene, ma richiedono controlli, richiedono igiene, richiedono una progettazione che permetta al paziente di pulire, richiedono attenzione ai primi segni di infiammazione.

Pensare che togliere i denti elimini definitivamente il problema biologico può creare false aspettative.

 

Il mantenimento è ciò che trasforma una terapia in un risultato nel tempo

Qualunque strategia venga scelta, che essa sia conservativa, parodontale, protesica, implantare o combinata, esiste un elemento che può influenzare profondamente la stabilità del risultato: il mantenimento. La parodontite è una malattia cronica e richiede controlli nel tempo.

Dopo la fase attiva di terapia, il paziente entra in un programma di terapia parodontale di supporto, con richiami personalizzati in base al profilo di rischio.

Per alcuni pazienti può essere opportuno un controllo ogni tre o quattro mesi. Per altri gli intervalli possono essere differenti. Non esiste una frequenza universale valida per tutti.

Durante i richiami si valutano la qualità dell’igiene orale, il sanguinamento, le profondità di sondaggio, eventuali siti a rischio, la stabilità dei denti e, quando indicato, le condizioni radiografiche.

Questo è uno dei motivi per cui non è sufficiente “fare una cura” e poi dimenticare il problema.

Salvare denti compromessi può essere possibile in casi selezionati, ma il risultato dipende anche dalla continuità del percorso.

 

Cosa fare se ti hanno proposto di togliere tutti i denti?

Ricevere una proposta di estrazione completa può generare ansia e confusione. Soprattutto se fino a quel momento non si era consapevoli della gravità della situazione.

La prima cosa da chiarire è che una proposta di questo tipo può essere assolutamente corretta.

Esistono pazienti nei quali la dentatura residua è realmente troppo compromessa per essere mantenuta in modo prevedibile e razionale. In questi casi, insistere su terapie conservative può significare rimandare una decisione necessaria e aumentare la complessità del trattamento futuro.

Ma proprio perché l’estrazione di tutti i denti è una scelta irreversibile, è ragionevole che il piano sia basato su una valutazione approfondita.

Una visita parodontale completa può aiutare a rispondere ad alcune domande fondamentali: Qual è la diagnosi? Quali denti sono realmente irrecuperabili? Quali denti hanno una prognosi favorevole o accettabile? Esistono elementi con prognosi incerta che potrebbero essere rivalutati dopo il controllo dell’infiammazione? Ci sono difetti parodontali potenzialmente trattabili? Il paziente presenta fattori di rischio modificabili? È possibile costruire un piano combinato, mantenendo alcuni denti e sostituendone altri? Quali sono i vantaggi e i limiti delle diverse opzioni?

Queste domande non servono a contestare automaticamente una diagnosi precedente. Servono a comprendere meglio una decisione importante.

 

La seconda opinione non è una sfiducia: è uno strumento di consapevolezza

Quando viene proposta una terapia irreversibile e complessa, chiedere una seconda valutazione può essere utile. Non significa necessariamente che il primo professionista abbia sbagliato.

In odontoiatria esistono situazioni nelle quali diversi piani terapeutici possono essere clinicamente ragionevoli. Un professionista può ritenere preferibile una riabilitazione implantare estesa, mentre un altro, con particolare esperienza nella gestione dei pazienti parodontali complessi, può valutare la possibilità di mantenere alcuni elementi.

La seconda opinione ha valore soprattutto quando aiuta il paziente a comprendere:

  • quali sono le alternative;
  • quali sono i rischi;
  • quali denti possono essere mantenuti;
  • quali probabilmente no;
  • quali terapie sarebbero necessarie;
  • quale impegno sarà richiesto nel tempo;
  • quali sono i limiti di ogni scelta.

La decisione finale dovrebbe essere informata e condivisa.

 

Il valore di una diagnosi prima di una decisione irreversibile

Nei casi di parodontite avanzata, la tentazione di cercare una soluzione rapida è comprensibile. Il paziente è stanco, ha sanguinamento, ha denti mobili, ha paura che possano cadere; magari ha già affrontato episodi di dolore o gonfiore e desidera soltanto “risolvere tutto una volta per sempre”.

In questo contesto, una riabilitazione completa può apparire come una soluzione definitiva, e a volte lo è davvero la scelta più indicata.

Ma altre volte il quadro merita una lettura più articolata. La parodontologia moderna dispone di strumenti diagnostici e terapeutici che consentono, in casi selezionati, di controllare la malattia, ridurre l’infiammazione, trattare tasche profonde, gestire difetti complessi e, quando esistono le indicazioni, tentare procedure rigenerative. Non significa poter salvare tutto, non significa promettere miracoli, non significa negare il valore degli impianti; significa semplicemente riconoscere che prima di estrarre un dente naturale è importante stabilire se quel dente sia realmente irrecuperabile.

 

Ogni paziente ha una storia diversa

Due persone con radiografie apparentemente simili possono avere percorsi terapeutici completamente differenti.

L’età, la velocità con cui la malattia è progredita, il fumo, il controllo della placca, la presenza di diabete o di altre condizioni sistemiche, la risposta alla terapia, la distribuzione dei difetti ossei, la qualità delle radici, le esigenze funzionali ed estetiche e la disponibilità a seguire un programma di mantenimento possono modificare profondamente il piano di trattamento.

Per questo diffido delle risposte automatiche.

La domanda “questo dente si può salvare?” raramente può essere risolta osservando una singola immagine o applicando una regola uguale per tutti. Serve una diagnosi, serve tempo per raccogliere i dati, serve spiegare al paziente ciò che stiamo osservando e serve anche l’onestà di riconoscere i limiti. A volte la risposta sarà: sì, vale la pena tentare di mantenerlo; altre volte sarà: possiamo trattarlo, ma la prognosi rimane incerta. E in altri casi ancora la risposta più corretta sarà: no, questo dente non presenta condizioni ragionevoli per essere mantenuto. Sono tutte risposte possibili.

La differenza la fa il percorso con cui si arriva alla decisione.

 

Salvare i denti naturali quando è possibile, utilizzare gli impianti quando sono realmente indicati

Probabilmente è questa la sintesi più equilibrata.

Gli impianti dentali rappresentano una delle più importanti possibilità terapeutiche dell’odontoiatria contemporanea. Quando un dente è assente o realmente irrecuperabile, possono offrire soluzioni eccellenti. Ma il successo dell’implantologia non dovrebbe portarci a dimenticare il valore del dente naturale.

La vera domanda non è: “Denti o impianti?”. La vera domanda è: “Qual è la scelta più appropriata per questo paziente, in questo momento, con questa situazione biologica e con queste prospettive nel tempo?”

In alcuni casi la risposta sarà una terapia prevalentemente parodontale e conservativa; in altri sarà una riabilitazione implantare.

Molto spesso sarà una combinazione ragionata delle due cose: mantenere ciò che ha senso mantenere, estrarre ciò che è realmente irrecuperabile e sostituire i denti mancanti con la soluzione più adatta.

Se ti hanno detto “bisogna togliere tutto”, forse la domanda giusta è: perché?

Non per mettere in dubbio automaticamente la proposta ricevuta, non per cercare a tutti i costi qualcuno che prometta di salvare ogni dente, ma per comprendere. Perché questi denti devono essere estratti? Sono tutti realmente irrecuperabili? La prognosi è stata valutata singolarmente? È presente una parodontite avanzata? La malattia è stata trattata? Esistono denti che potrebbero rispondere alla terapia? Ci sono difetti potenzialmente trattabili? Quali sono le alternative? Cosa accadrebbe mantenendo alcuni denti? E cosa accadrebbe estraendoli?

Un paziente informato non è un paziente che rifiuta le cure; è un paziente che comprende il proprio problema e partecipa consapevolmente alle decisioni.

Non sempre “togliere tutto” è l’unica strada

Sentirsi dire che tutti i denti devono essere estratti può essere uno dei momenti più difficili per un paziente.

In alcuni casi, purtroppo, questa indicazione può essere corretta e rappresentare la soluzione migliore. Ma in altri, una valutazione parodontale approfondita può mostrare uno scenario più complesso e aprire possibilità terapeutiche che meritano di essere considerate.

La presenza di parodontite avanzata, perdita ossea o mobilità dentale non significa automaticamente che ogni dente sia perso. Alcuni elementi possono essere irrecuperabili, altri possono avere una prognosi incerta, altri ancora possono rispondere alla terapia e mantenere nel tempo una funzione importante.

Il compito della diagnosi è distinguere queste situazioni.

Personalmente, credo molto in una parodontologia che non prometta miracoli ma che, allo stesso tempo, non rinunci troppo presto ai denti naturali.

Sono Riccardo Di Raimondo, specialista in Parodontologia e Implantologia, e nella mia pratica clinica considero fondamentale valutare ogni caso in modo individuale, soprattutto quando un paziente arriva con una diagnosi di parodontite avanzata o con la proposta di estrarre numerosi denti.

Il mio approccio non parte dall’idea che ogni dente debba essere salvato a qualunque costo, né dal presupposto opposto che un dente compromesso debba necessariamente essere sostituito da un impianto.

Parte dalla diagnosi, dalla valutazione della prognosi, dalla risposta dei tessuti alla terapia, dalle possibilità reali di mantenimento e, soprattutto, dalla ricerca della soluzione più appropriata per quella specifica persona.

Perché gli impianti dentali sono una risorsa straordinaria quando servono. Ma quando un dente naturale può essere trattato, mantenuto e seguito nel tempo in condizioni ragionevoli, vale sempre la pena chiedersi se sia davvero arrivato il momento di rinunciarvi.

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Sono Riccardo Di Raimondo, specialista in parodontologia e implantologia, e nella mia pratica clinica vedo spesso pazienti che rimandano cure importanti per timori legati alla stagione o a informazioni poco corrette. Nella maggior parte dei casi, affrontare per tempo piccoli problemi permette di vivere le vacanze con maggiore serenità e ridurre il rischio di complicazioni future. Prendersi cura del proprio sorriso significa anche scegliere il momento giusto per non rimandare la propria salute.

Riccardo Di Raimondo
Specialista in Parodontologia e Implantologia

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